Es war einmal…

Es war einmal…

Es war einmal “Deutschland, Deutschland über alles. Über alles in der Welt” (c’era una volta “La Germania, la Germania prima di tutto. Su tutto quello che c’è nel mondo”). Così inizia il “Canto dei tedeschi”, composto da August Heinrich Hoffmann von Fallersleben nel lontano 1841 durante la disputa dei territori del Reno con la Francia, inneggiando all’unità degli Stati della Germania divisa contro il nemico comune, sulle note di uno splendido quartetto d’archi del compositore austriaco Franz Joseph Haydn (per la precisione il secondo movimento del quartetto n° 3, opera 76). Il canto dei tedeschi fu in seguito utilizzato in varie occasioni militari-propagandistiche fino a che i nazisti lo fecero proprio, modificandone il senso ad intendere una superiorità tedesca nei confronti delle altre nazioni. Ma si sa, le interpretazioni spesso la fanno da padrone sulla realtà.

Ad ogni modo non c’è dubbio alcuno che la Germania abbia rivestito, nel bene e nel male, un ruolo cruciale almeno negli ultimi 150 anni in Europa e nel mondo intero. Sconfitta in due Guerre mondiali si è “rialzata” e si è posta a capo del Vecchio continente come leader indiscusso. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, però, ha rivestito un ruolo egemone prevalentemente in campo economico e non più militare. Questo per la precisa volontà dei nuovi “padroni del mondo” che da oltre oceano hanno colonizzato il territorio europeo, facendone ciò che loro più aggrada. È stata così messa “a capo” dell’Unione Europea, permettendogli di diventare la “locomotiva d’Europa” e facendone il Paese più ricco dell’intera Unione. Questo almeno fino a poco tempo fa.

Da quando il padrone ha deciso che l’Europa non fosse più così importante per la propria visione di dominio mondiale, e quindi fosse sacrificabile nel suo complesso, anche la prima della classe ha iniziato ad essere oggetto di bordate politiche ed economiche volte a distruggerne le capacità produttive in primis, e sociali in secondo luogo.

Non sto qui a dilungarmi circa i diversi episodi di “avvertimento” avvenuti negli ultimi anni in Germania e mandati dallo zio Sam. Basterebbero il “Dieselgate”, lo spionaggio del cellulare della Cancelliera Merkel ad opera dell’”alleato” americano, proprio mentre era in visita il premio Nobel per la pace Barack bombardatore Obama a Berlino, la misteriosa esplosione di un deposito d’armi avvenuta pochi anni fa alle porte di Berlino, gli attentati vari in tutta la Germania (inclusi i recenti prima delle elezioni) e, dulcis in fundo, il sabotaggio al gasdotto Nordstream che collegava la Russia alle coste tedesche, fornendo alla Germania energia a gogo a bassissimo costo. Il vero motore dell’industria tedesca.

Iconica l’immagine del Cancelliere Scholz, muto, mentre in conferenza stampa Joe sleepy Byden rispondeva ad una precisa domanda affermando che gli Stati Uniti avevano il modo di impedire che i russi continuassero a fornire gas alla Germania.

 

Un crollo economico senza freni

Decine e decine di aziende chiudono i battenti ogni giorno in Germania. Secondo uno studio del Centro Leibniz per la Ricerca Economica Europea (ZEW) di Mannheim, in collaborazione con Creditreform, ogni tre minuti chiude un’azienda in Germania. La situazione economica generale è peggiorata ovunque. Solo per fare un esempio, perfino quella che era considerata la “Mecca” degli artisti e liberi pensatori, la città di Berlino, ha visto il, fino a poco tempo fa, munifico Senato cittadino, stringere i cordoni della borsa in tutti i settori: da quello dei finanziamenti alla cultura a quello dell’assistenzialismo sociale, da quello dell’assistenza medica a quello dei trasporti. La sensazione in generale è che le Istituzioni siano alla ricerca disperata di soldi.

Secondo la società tedesca di consulenza Falkenstag il numero totale di fallimenti di grandi aziende nel 2024 ha raggiunto il livello record di 202, il più alto degli ultimi dieci anni. E questo senza contare i dazi che Trump vuole imporre all’Europa.

Ad aggravare la situazione determinata dal crollo industriale in tutti i settori (dall’automobilistico alla logistica, dall’industria pesante ai servizi) c’è stata la politica “senza se e senza ma”, voluta da tutti i partiti al Governo (ma in particolare dai Verdi) di sostegno militare ed economico all’Ucraina e ai profughi (sarebbero circa 1,3milioni secondo il Bamf, l’Ufficio per le migrazioni e i rifugiati, secondo altre fonti oltre 1,6milioni), cui vanno in media 1.250 euro mensili di sostegno economico, senza contare le famiglie con bambini che prendono 250 euro in più a figlio.

Insomma, come si sarebbe detto in altri tempi, “non ci sono più i tedeschi di una volta, signora mia!”.

A dire il vero è da un bel pezzo che non ci sono più. Noi siamo abituati a parlare di una sola Germania, dalla caduta del Muro (1989) in poi. Ma la realtà è veramente quella che ci è stata in più occasioni raccontata? Subito all’indomani della riunificazione tra l’allora Germania dell’Est (ex DDR) e quella dell’Ovest (ex BRD) si disse che quest’ultima, generosamente, si fosse fatta carico di assorbire economicamente, a fronte di enormi sacrifici, il praticamente fallito Stato della DDR. Ma le cose non stavano esattamente così, come ben ha spiegato Vladimiro Giacché nel suo Anschluss, l’annessione. Lo Stato tedesco dell’Est non era affatto uno Stato fallito, come fecero intendere l’allora Cancelliere Helmut Kohl e i suoi ministri. Anzi, tutt’altro. Quello che in verità accadde, come ebbe a dire pochi anni dopo il governatore della Bundesbank Karl Otto Pöhl, fu che la Germania dell’Est venne sottoposta ad una “cura da cavallo” cui nessun Paese sarebbe in grado di resistere. Adottando un tasso di cambio di 1 a 1 (contro quello che era allora in vigore tra le due Germanie di 1 a 4,44) volle dire che i cittadini tedeschi della ex DDR videro in una sola notte, quella tra il 30 giungo ed il 1° luglio del 1990 (quando entrò in vigore l’unità monetaria), un aumento del costo delle merci del 350 per cento.

Ad aggiungersi a questo disastro economico ci fu l’istituzione della “Treuhandanstalt”, ossia l’Istituto di amministrazione fiduciaria che operò dal 1990 al 1994 e che, dopo averne estromesso tutti gli esponenti dell’Est, venne tramutato in un ente dedito alla privatizzazione delle imprese della ex DDR. Aziende, industrie (ed i terreni su cui sorgevano) vennero ceduti a gente dell’Ovest (per circa l’87 per cento del totale, contro un 7 per cento ceduto in mani straniere) per cifre irrisorie, perfino per un solo Marco.

Il tasso di suicidi nei territori della ex Germania dell’Est aumentò esponenzialmente e il flusso migratorio avvenuto nei primi anni dall’Est all’Ovest fu di più di 4milioni di cittadini, su un totale di circa 16. Un vero e proprio esodo. Tutt’ora, dopo più di 35 anni dalla “riunificazione”, molte delle cittadine della ex DDR si presentano al visitatore come “stranamente” vuote.

Nella moderna Germania del 21esimo secolo i livelli retributivi e pensionistici, a parità di funzione lavorativa, tra un ex cittadino dell’Est ed uno dell’Ovest sono impari. Nel 2023, secondo il portale di ricerca del lavoro Stepstone, la forchetta massima tra tali retribuzioni arrivava ad oltre il 26 per cento.

 

AfD, ossia il Sol dell’avvenire

Perché tutta questa mia disamina economico-storica della Germania? Semplice, perché il risultato delle recenti elezioni politiche (23 febbraio scorso) che ha visto un’annunciata ascesa del partito AfD (Alternative für Deutschland) fino al 20,80 per cento delle preferenze dell’elettorato tedesco (secondo partito dopo l’Unione CDU/CSU), non deve in realtà stupire più di tanto. Se si vede la cartina della Germania dopo le elezioni, sembra di vedere con chiarezza i vecchi confini della nazione, quando le Germanie erano due.

Il celeste di AfD domina tutti i territori della ex DDR. E questo non significa che è tornato il Muro, come molti commentatori hanno scritto e detto. Il Muro, in realtà, per le ragioni che ho elencato sopra, non è mai crollato.

Fino ad alcuni anni fa, questi cittadini di “classe B” vedevano nel partito della Linke, la “sinistra”, il naturale sbocco politico che cercava di tutelare i loro interessi a livello nazionale e locale. Ma la Linke, a parer mio, non ricopre più un ruolo “di sinistra” da molto tempo oramai. Anzi, si è allineata a tutti gli altri partiti (che potrei definire come un “partito unico” da un punto di vista ideologico), eccezion fatta per la “transfuga” (secondo il suo ex partito) Sahra Wagenknecht che ha fondato un suo partito “BSW”, ossia Bündniss Sahra Wagenknecht (unione S. W.). In realtà quest’ultima è la sola figura politica di rilievo rimasta nel desolante panorama politico tedesco, ed è la sola rimasta a difendere quelli che una volta si sarebbero definiti i valori della “sinistra”, ossia la difesa dei più deboli. Siccome le sue idee includono, oltre ad una giustizia sociale, il ritorno a rapporti economici e politici normali con la Russia di Putin e l’immediata fine della guerra in Ucraina, oltre alla fine di un’immigrazione incontrollata, è stata boicottata durante tutta la campagna elettorale. E, dulcis in fundo, ha ottenuto (ma guarda tu un po’ il caso) solo il 4,97 per cento delle preferenze a livello nazionale, non entrando così per un soffio (la soglia minima è il 5 per cento) in Parlamento. I mancanti 13.400 voti hanno fatto sì che il numero di parlamentari che le sarebbero spettati (33) se li siano potuti dividere l’Unione e la SPD, cosa questa che gli consente di raggiungere la maggioranza necessaria a governare. Altrimenti le cose si sarebbero complicate ulteriormente per la formazione del futuro Governo tedesco. Tralascio le polemiche sulle schede aperte e sostituite (girano video in Rete al riguardo), ma il fatto che ben 230.000 tedeschi residenti all’estero (nei quali potrebbero rientrare i 13.400 di cui sopra) non abbiano ricevuto in tempo la scheda elettorale (per la cui spedizione c’era stato tutto il tempo necessario) per poter esprimere il proprio voto, potrebbe far sì che BSW faccia ricorso legale. Purtroppo gli avvocati stanno ancora considerando l’ipotesi, perché in Germania è molto difficile che venga accolto.

 

Parola d’ordine? “Normalizzazione”

Un ultimo pensiero che voglio esprimere è proprio su AfD, il partito inizialmente fondato nel 2013 in Assia, precisamente ad Oberursel im Taunus, da un gruppo di persone che voleva l’uscita della Germania dall’Euro, ivi compresi alcuni professori universitari. I primi portavoce federali dell’epoca furono Bernd Lucke, Frauke Petry e Konrad Adam. Nell’autunno del 2013 il partito non riuscì a entrare nel Bundestag con il 4,7 per cento dei voti. Negli anni successivi l’AfD è entrata nel Parlamento europeo, in tutti i parlamenti dei Länder tedeschi e, nel 2017, nel Bundestag. Pian piano si è allontanata sempre di più dai suoi temi centrali originali. Dei 18 membri fondatori, solo pochi rimangono nel partito, tra cui il presidente onorario Alexander Gauland.

Gli attuali presidenti del partito sono Tino Chrupalla e Alice Weidel. All’interno del partito, essi assumono il nome di “portavoce federali”. Chrupalla ha condiviso la carica con Jörg Meuthen fino al gennaio 2022. Tuttavia, quest’ultimo ha lasciato il partito perché, a suo avviso, si era spostato molto a destra e non si reggeva più sulle fondamenta del libero ordine democratico. Stephan Brandner, Peter Boehringer e Kay Gottschalk sono i deputati del consiglio di amministrazione.

Molto discussi sono personaggi come il Presidente del Land della Turingia, Björn Höcke, il quale effettivamente si caratterizza per, diciamo così, un linguaggio ed un’esternazione di idee che se non sono naziste poco ci manca. E così anche altri membri del partito, tanto che quest’ultimo tutt’ora è sotto la costante lente d’ingrandimento dei servizi segreti interni tedeschi e nel 2014 fu avanzata in Parlamento la richiesta di estromissione di AfD dallo stesso.

Al di là di tali considerazioni quello che mi è parso sempre più evidente negli ultimi due anni è stato un progressivo spostarsi della dirigenza del partito verso posizioni “istituzionali”, pur mantenendo alcune caratteristiche e tematiche tanto care alla base dello stesso. Da ultimo, durante la campagna elettorale delle elezioni tenutesi il 23 di febbraio, più volte il partito ha ricevuto il plauso e l’appoggio (solo morale? O forse qualcosa di più?) da parte di quel personaggetto di Elon Musk. Secondo me non a caso, anzi. Ma questo non per le ragioni che molti commentatori tedeschi e di mezzo mondo hanno ipotizzato, facendo riferimento ad un’ingerenza diretta nella politica tedesca i primi, e adducendo argomentazioni relative al nazismo (per il famoso braccio alzato di Musk durante un suo recente discorso davanti alla platea repubblicana che aveva da poco rieletto il trumpone) i secondi.

Ebbene, secondo me, in realtà c’è un tentativo, forse messo in atto da infiltrati dei servizi stessi, di “normalizzare” il partito, per farvi convogliare un domani la protesta della massa, sia essa di derivazione estremista che non. Per capirci meglio è in atto un processo analogo a quello che è stato applicato al Movimento 5 stalle, ehm, pardon, 5 stelle in Italialand (avviso ai naviganti: io, illudendomi che fossero una reale possibilità di rottura con i vecchi partiti, nel 2014 li votai. Ahimé). Di qui la scelta di un’esponente quale segretario di partito e candidata alla Cancelleria come Alice Weidel, omosessuale, sposata con una produttrice cinematografica di origini srilankesi, Sarah Bossard, con la quale cresce due figli, avuti da due padri diversi.

Quanto di più “diverso” dalle idee della base estremista del partito e, nello stesso tempo, quanto di più “inclusivo”, proprio come piace oggigiorno al “sistema”. In pratica la figura perfetta per “traghettare” un partito, altrimenti visto come estremista di destra, verso un partito catalizzatore del malcontento popolare senza “colore”. Già, perché anche la ricca Germania dell’Ovest, visto quello che si è deciso che dovrà accadere al Vecchio continente (di cui la Germania rappresenta la punta di diamante), inizia a soffrire per la crisi. Crisi che, per inciso, è stata attuata direttamente o indirettamente (lasciando che gli avvenimenti “scorressero” senza porre resistenza, come nel caso del Nordstream), dalla classe politica ed economica tedesca stessa. Poi i servizi, tramite gli attentati e le infiltrazioni, hanno fatto il resto. E così anche qualche Wessi (come vengono chiamati dai tedeschi dell’Est quelli dell’Ovest) ha iniziato a dare la propria preferenza agli “azzurri”.

Dunque l’AfD come partito conforme al sistema e non anti-sistema di stampo nazista. Ma alla vulgata comune lo specchietto per le allodole del nazismo (che certamente, lo ripeto, in una certa parte del partito è presente) fa comodo e devia il percorso che per questo partito è stato previsto.

Solo il tempo potrà dirci se mi sono sbagliato o se, come temo, il progetto di “normalizzazione” in funzione del governo unico mondiale stia procedendo a gonfie vele.

Lo vedremo presto: il 2030 è dietro l’angolo!

Vot’Antonio, vot’Antonio!

Vot’Antonio, vot’Antonio!

Quando ero giovane, tra gli ultimi anni del liceo e quelli universitari, avevo un amico fraterno con il quale condividevo l’amore per la conversazione. Parlavamo per ore praticamente di tutto: dai sentimenti alle scelte difficili da prendere, dai progetti per il futuro alle nostre speranze, dalla Filosofia alla Politica. C’era solo un problema: io ero un ragazzino ancora dalle idee confuse, almeno in campo politico, mentre il mio amico le aveva molto più chiare delle mie, o almeno così a me sembrava.

Fu proprio durante le nostre lunghe conversazioni che io, pian piano, “maturai” le mie convinzioni politiche passando da posizioni “centriste” (più che altro influenzate dall’ambiente impiegatizio familiare) a convinzioni di “sinistra”. Tuttavia la differenza tra le mie posizioni e quelle del mio amico rimaneva grande: io avevo una visione, per così dire, di social democrazia, confondendo il mondo della Grecia antica (che tanto amavo) con quello moderno della “democrazia rappresentativa”. Il mio amico, invece, sembrava non credere al “sistema” ed aveva posizioni “extra-parlamentari” che io all’epoca giudicavo troppo “estremiste”. Nel corso di pochi anni, comunque, spostai le mie convinzioni fino a finanziare, da studente universitario squattrinato, il giornale “Lotta comunista” del quale iniziai a sposare le convinzioni politiche (almeno quelle dei suoi intellettuali). Tuttavia continuavo, illudendomi, a credere nei valori che mi erano stati inculcati e, pur annullando la scheda elettorale (non sentendomi minimamente rappresentato), continuavo ad andare al seggio elettorale, ritenendo che il voto rappresentasse ancora un “segno di democrazia” irrinunciabile.

Col passare degli anni ho capito che l’esercizio del voto, tanto bello sulla carta, poco ha a che fare con ideali democratici egualitari. Il voto, al contrario, è un potente strumento di legittimazione del potere. Anzi, lo è sempre stato.

 

Vota Antonio la Trippa

Le ragioni per le quali i partiti politici e i mass media insistono così tanto all’unisono che voi andiate a votare sono principalmente due. La prima, la più evidente, riguarda tutta quella pletora di omuncoli e nani da circo che campano facendo i maggiordomi del vero potere, quello economico-finanziario, all’interno dei parlamenti: “Tengo famiglia” si sarebbe detto una volta. Oggi, semplicemente, questa schiera di parvenu campa solo grazie alle prebende che le derivano dalle cariche ricevute all’interno dei partiti e degli incarichi istituzionali ricoperti. Ad eleggerli, il più delle volte, non è il voto degli illusi che ancora pensano che l’urna possa far cambiare la rotta prestabilita della politica, bensì la decisione presa dai partiti stessi che scelgono chi candidare e in che posizione mettere i singoli individui negli elenchi delle liste elettorali. In pratica a decidere chi dovrà sedere sopra una determinata poltrona non sono i cittadini con il loro voto, ma i giochi di potere (spesso di piccolo cabotaggio) all’interno delle segreterie e delle correnti politiche. Diverse migliaia di euro al mese, privilegi che un cittadino medio non si sogna minimamente di poter ricevere in tutta la sua vita e un vitalizio assicurato anche solo dopo una legislatura passata a fare il passacarte in qualche “sacro” emiciclo sono una ragione più che sufficiente affinché vi martellino dalla mattina alla sera con il messaggio dell’importanza del vostro voto. Ma non è né la sola, né a mio parere la principale.

In effetti chi è veramente preoccupato dal fatto che la massa possa disertare le urne è chi detiene il vero potere e che il “sistema” ha creato e mantiene attraverso tutta una massa di istituzioni e servizi preparati apposta per la sussistenza del medesimo. Non solo apparati burocratici, ma anche apparati dell’informazione che martellano dalla mattina alla sera il cittadino, il suddito per meglio dire, con slogan e surrettizi ragionamenti atti appunto a spingere le pecore a legittimare il sistema stesso, in questo caso con il voto. Se per assurdo nessuno si recasse alle urne ciò significherebbe non solo la completa eliminazione dalla scena politica e sociale di tutto quell’ammasso di servi e servetti di cui sopra, ma, soprattutto, un disconoscimento totale del sistema in sé. Il re sarebbe a quel punto “nudo”. È un po’ come per la storia della Pandeminchia e dei vaccini. Se nessuno li avesse fatti tutta la pantomima che ne è seguita e tutti gli attori in essa coinvolti sarebbero svaniti in pochissimo tempo. E forse oggi ci sarebbero ancora persone che, purtroppo, ci hanno lasciato più o meno prematuramente. In quel caso gli “anarchici” erano quanti, medici e ricercatori seri in testa, hanno lanciato un grido d’allarme circa quanto stava avvenendo e a quali conseguenze si sarebbe potuti andare incontro (come poi, puntualmente, è avvenuto). Sarebbe bastato esercitare un ragionevole dubbio per capire che la strada che ci stavano facendo intraprendere ben poco aveva a che vedere con il “nostro” bene. Ma si sa, il “sistema” adopera proprio le emergenze, vere o fittizie che siano, per spingere le persone a credere a soluzioni da lui stesso proposte (e messe in atto comunque). L’emergenza serve proprio per dare la legittimazione a quanto messo in atto. Si vedano ad esempio tutte le misure messe in atto “per il nostro bene” dopo l’altra pantomima, quella (tragica anch’essa per chi l’ha vissuta sulla propria pelle) dell’11 settembre 2001. Una volta deciso che tutto il mondo avrebbe dovuto adottare misure “anti-terrorismo” non sono state più tolte. Vedasi ad esempio quelle negli aeroporti e le centinaia di telecamere che ci controllano a vista dalla mattina alla sera ovunque.

Le elezioni funzionano allo stesso modo: si lancia l’allarme dell’astensionismo e ciò che potrebbe comportare, inventandosi appositi slogan, come dicevo sopra, del tipo: “Se non voti, comunque la tua astensione permetterà agli altri di raggiungere il quorum per essere eletti”; oppure: “Occorre essere responsabili in un momento in cui la democrazia è da più parti messa in pericolo”. Già, la democrazia è messa in pericolo. Se ce ne fosse una! E in ogni caso bisognerebbe vedere da parte di chi.

Il famoso adagio attribuito a Mark Twain “Se votare facesse qualche differenza, non ce lo lascerebbero fare” ha un fondamento che va al di là del senso comune. Il sistema prevede tutto pur di mantenere il potere e di perpetuare la propria esistenza. Come rimarcava giustamente Ernst Jünger nel suo “Trattato del Ribelle” il totalitarismo del sistema deve prevedere anche un finto, piccolo spazio per un’opposizione, proprio per giustificare e legittimare la sua soverchiante totalità. Allora, come scriveva l’autore tedesco, bisogna avere il coraggio di ribellarsi, di “andare nel bosco”, che è l’esatto contrario dell’indifferenza. Nel bosco si è soli, ma si è liberi e disposti alla lotta, alla ribellione. «La violazione del diritto assume talvolta apparenza di legalità, per esempio quando il partito al potere si assicura una maggioranza favorevole a modificare la Costituzione. La maggioranza può contemporaneamente agire nella legalità e produrre illegalità: le menti semplici non afferrano mai questa contraddizione. Eppure, già nelle votazioni, molto spesso è difficile stabilire l’esatto confine tra diritto e arbitrio.».

 

Fenomenologia di una nazione in declino

Piccola digressione finale che, in parte, ha a che vedere con quanto scritto finora. In Germania, in questo periodo elettorale, si stanno susseguendo una serie di “misteriosi” atti di violenza (più o meno annotabili) nei confronti principalmente di esponenti politici della SPD o dei Verdi. Ma tu guarda un po’ il caso, proprio in prossimità della tornata elettorale. Sempre al margine della stessa occorre rimarcare che degli otto principali partiti che si presentano per uno scranno europeo i solerti media tedeschi hanno deciso di escludere il crescente (almeno nei sondaggi) da poco nato partito Bündnis Sahra Wagenknecht, ossia “Alleanza Sahra Wagenknecht”, la ex deputata della Linke (della quale ho più volte scritto che a mio parere è il solo vero politico tedesco rimasto all’interno del Bundestag) dai dibattiti pubblici televisivi. Questo sempre per favorire il processo democratico, s’intende.

Eh, quanto è bella la democrazia anche in Kruchland! Così bella che i politici tedeschi, dopo che gli hanno distrutto ben due gasdotti, la fonte primaria d’energia per l’ex “locomotiva d’Europa”, e che ora sono costretti a comprare il gas sottobanco e per vie traverse a prezzi molto più alti sempre dalla Russia (oltre a quello a buon prezzo -si capisce l’ironia?- dagli Stati Uniti) di cosa si occupano in questi giorni? Ma ovvio, del rincaro dei prezzi del Kebab! Un fatto gravissimo, soprattutto per i più giovani (noti consumatori di cibo spazzatura, per l’appunto). Il fatto è tanto grave che se n’è occupato anche il Cancelliere Scholz in persona impegnandosi a farlo tornare a prezzi più ragionevoli, ossia sui 3 euro. Tanto vale la democrazia oggi.

Dei Vannacci e Toti di turno da noi non voglio nemmeno fare un cenno.

Mi raccomando, continuate a votarli!…

 


Gli onorevoli © Youtube Roberto Molfetta

 

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